Chi sono

Roberto

e ho visto molte lune.

Nella vita ho fatto altro e la montagna, lo sport, sono state passioni. Oggi con queste passioni ci lavoro.

Vado in montagna da quando ero ragazzino. Quando non c’erano i gps e nemmeno il goretex. Da autodidatta sulle alte vie delle Dolomiti, imparando sotto zaini da 30 kg che tutto ciò che non è strettamente indispensabile è inutile.
E poi capendo che non sono solo gli oggetti a essere inutili, ma anche il bisogno di “conquistare” qualcosa, che sia un cima, una via, un tempo da record, una condizione fisica, una condizione meteo proibitiva.

Cercare i propri limiti, mettersi alla prova, si, è un po’ il sale dello sport. Migliorare il proprio tempo nella corsa, o la quantità di dislivello in un giorno, o i km percorsi sugli sci, o il grado di difficoltà di una via alpinistica. E’ lo stimolo che ti fa alzare presto e andare a correre in salita, tutti i giorni, al buio, mentre piove e fa freddo. O allenarti in palestra. Perchè ti sei posto un obiettivo, un sogno e è lì a portata di mano, forse, se stringi i denti.

E’ tutto molto bello, è vita. Non lo rinnego. Ma oggi cerco altro.


Forse è anche il fatto che la volpe non arriva più all’uva e allora si siede e filosofeggia. E’ possibile.
Ma preferisco pensare che a un certo punto capisci che la strada conta di più del luogo dove dovrebbe condurti. La via, è la meta (Lao Tse).

Certo, se vuoi fare delle cose il tuo fisico deve essere in grado di farle. L’esperienza serve anche a farti capire se e come puoi farle. E lasciarle andare se non sono alla tua portata.

Nel lasciarle andare non sta la rinuncia. Sta volgere lo sguardo altrove.

Non tutti devono fare tutto. Viviamo in una società che ci illude continuamente che tutto debba essere alla portata di tutti. E con questo ci rende tutti infelici. Perché ci priva della capacità di guardarci intorno e godere di quello che abbiamo, qui e ora.

La felicità non è la carota appesa al bastone davanti all’asino. Sempre un po’ più avanti.

Ci arrivi a poco a poco, a questo. Prima corri e la vita scorre come da un finestrino, sfocata e come se non ti appartenesse. Perché sei sempre proiettato altrove.

Ricordo luoghi bellissimi in cui sono stato e che non “vedevo” perché concentrato su una via alpinistica, su una cascata di ghiaccio, sulla velocità che dovevo avere. Il resto era tutto contorno sfumato.

La concentrazione pensavo fosse necessaria per la sicurezza, anche se poi ho imparato che i rischi aumentano oltremodo quando dai il contorno scontato. Ma bene o male sono sopravvissuto alla curva di apprendimento e non rimpiango nulla. Ma oggi so che esiste un altro modo che non è correre, ma stare. E alla fine le emozioni che si fissano non sono i record, ma altri momenti, che mentre li vivevi, non sembravano così importanti.

E ero quasi sempre da solo. Perché essere da solo acuisce i sensi e al dialogo interiore si aggiungono le voci dell’acqua, del ghiaccio, della neve, dei sassi, del vento, dell’erba, degli alberi, dei fiori, delle creature che ci vivono.

Se parli. Se ti porti dietro la città, il caos della vita civile tutto questo non lo ascolti. Attraversi la natura come in un tunnel che ti porta alla meta. Torni con la tua bandierina, le tue foto. E hai la sensazione di aver lasciato qualcosa per strada.

A volte la natura impone che tu ti fermi ad ascoltarla. E’ quando diventa feroce. Quando ti fa paura. E’ come se il tunnel si squarciasse all’improvviso e ti ritrovassi esposto, nudo e fuori posto.

Ecco. Questo è quello che mi piacerebbe insegnare. A ascoltare. Il resto viene da sé.

Anche la camminata nordica, va bene imparare e allenarsi nei parchi di Roma. Ce ne sono di bellissimi e la città sembra proprio distante. Ma per come la vivo io, riesco a godermi appieno una passeggiata se mi trovo immerso nella natura.

Ci sono percorsi bellissimi, nei boschi e con leggeri dislivelli a pochi km da Roma.

E’ quello che voglio fare. Avvicinare delle persone a questa attività, fatta in questo modo. E fa bene al corpo, ma, anche e forse soprattutto, alla mente.

Oggi va di moda chiamare questo approccio esperenziale. Ma a me non piacciono le mode. E non voglio dargli un nome perché credo che nominare le cose le sminuisca.

Le cose sono. Quando le descrivi le cambi.

……………….

Il più bel ricordo che ho della mia attività in montagna non è legato a un record personale, o a una conquista, ma a una rinuncia.
Sognavo da anni di salire il Gran Combin, una bellissima montagna oltre i 4000, per una via e in un certo modo, cioè dormendo in tenda sul ghiacciaio, senza rifugi intermedi, 2300 mt di salita su ghiaccio e roccia (qui l’album fotografico di quella avventura)

Avevo organizzato tutto, era il mio progetto, studiato meticolosamente. Attacchiamo all’1 di notte la parete ghiacciata ma dopo 3 ore di salita mi rendo conto che sto male e non gliela faccio. I miei compagni insistono, voglio fermarsi e aspettare. Ma io non voglio che loro rinuncino e li convinco a continuare. Sono in grado di scendere da solo.
Mi scavo una nicchia nella neve e aspetto l’alba. Per un po’ mi fanno compagnia le luci delle frontali dei compagni, poi scompaiono.
Sono solo e il silenzio è perfetto. Attendo l’alba. Il cielo cambia ogni istante di colore e poi dietro al gigantesco Monte Rosa, e al Cervino, si colora di rosso.

La sensazione più bella è stata sentirmi perfettamente a mio agio, sospeso in quel silenzio, mentre il mondo si faceva, davanti a me. E’ stato un momento così pieno, che non posso riuscire a descriverlo. Non lo avrei vissuto se non fossi stato costretto a rinunciare alla cima.

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